L’influencer non influencer

Lil Miquela con 3.1 milioni di followers su Instagram, è tra le influencer virtuali più celebri al momento, tanto da attirare l’attenzione di riviste di moda e brand di lusso. Creata da Brud, una startup con sede a Los Angeles, ha già collaborato con Prada, Calvin Klein e Dior, e nel 2018 è stata nominata dal Time come una delle 25 persone più influenti del web. Ora è anche impegnata nel sociale, sostenendo cause come #blacklivesmatter o quelle a favore delle comunità LGBTQ+. La più seguita in assoluto è invece Lu do Magalu, brasiliana, che può vantare quasi 6 milioni di follower su Instagram, mentre sul gradino più basso del podio c’è un’altro brasiliano, Casas Bahia, con 3 milioni di seguaci.

Questi avatar dall’aspetto umanoide, sono generati artificialmente con la tecnica iper-realistica del CGI (Computer Generated Imagery), possono essere disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7, vivono una vita immaginaria e possono mostrarsi sui social, promuovendo qualsiasi prodotto. Seppur virtuali, ben 35 di loro sono riusciti recentemente ad ottenere la spunta blu su Instagram.

Volendo osservare il fenomeno con la lente d’ingrandimento di un marketer, questo tipo di influencer offre alcuni vantaggi. Secondo Hype Auditor, sono quasi tre volte più coinvolgenti rispetto ad uno in carne ed ossa, il quale dovrebbe pubblicare quasi quattro volte più post per restare al passo di quelli digitali. Un altro aspetto da considerare è che eventuali difetti e debolezze, sono pressoché assenti, così come le gaffe da PR. Un personaggio creato ad hoc, fa esattamente quello che vuoi che faccia, in qualsiasi momento e circostanza, e non può certo danneggiare la tua attività o la sua reputazione con scivoloni mediatici.

Dietro gli avatar si celano community manager, giornalisti, creative agency o marketer. I più celebri guadagnano oltre 7.000 dollari per singolo post ed il target principale sono le femmine di età compresa tra i 18 e i 34 anni (44,76%).

Louis Vuitton è stato il primo luxury brand a scommettere su una musa virtuale nel 2016, nell’ambito della campagna “Serie 4”. La lista dei protagonisti, comunque, è in continuo aumento, ed ora anche noi possiamo vantare Nefele, la prima 100% Made in Italy.

Oltre ai vantaggi, anche tante preoccupazioni. Innanzitutto, gli influencer digitali non sono in grado di produrre storie emotive, essenziali su un social media. Gli utenti vogliono poter condividere le proprie esperienze ed emozioni, e potersi relazionare davvero con chi seguono. Come può verificarsi ciò con soggetti che non possono provare rancore, tristezza, felicità o spensieratezza?

Un altro aspetto da considerare è l‘influenza che un avatar può esercitare sui propri follower: gli utenti più deboli come i giovani, potrebbero essere indotti a pareggiare una forma di perfezione tale che non può essere raggiunta nella realtà, portandoli così alla frustrazione e alla depressione. Alla mancanza di autenticità, si deve sommare anche quella di trasparenza. Essi sono infatti considerati spesso inappropriati a promuovere prodotti e servizi che non sono nemmeno in grado di testare.

È anche vero che nel prossimo futuro, sempre più brand pubblicizzeranno prodotti sotto forma di NFT, e per farlo, non c’è di meglio che influencer nati concettualmente già all’interno del Metaverso.

Credits: DALLA NEWSLETTER LETMETELLIT

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