Digital News Report 2022

Il nuovo report di Reuters sulle digital news è sempre molto ricco di spunti, ben colti in questo articolo tratto dalla newsletter Ellissi. Sono ancora necessarie le news per le persone? Com’è vissuta la privacy? Come si informano le nuove generazioni. Questi alcuni dei punti chiave di questo studio

Sette punti emergono dal nuovo report di Reuters:

La grande fuga dalle news. Il 38% delle persone oggi evita le notizie, in tutto o in parte.
La news avoidance selettiva è cresciuta stabilmente nel corso degli ultimi cinque anni (+ 9% rispetto al 2017), ed è persino raddoppiata in stati come Brasile (oggi al 54%) e Regno Unito (al 46%).
Le persone evitano di informarsi principalmente perché: si parla troppo di politica e covid (43%); le notizie hanno un effetto negativo sul loro umore (36%); ci sono troppe news, e questo sovraccarico li rende esausti (29%); l’informazione non è abbastanza imparziale (29%).
La guerra in Ucraina ha poi esacerbato la situazione in alcuni stati, come Germania (+7% di news avoiders rispetto a prima del conflitto), Polonia (+6%) e Stati Uniti (+4%).

Video o articoli? Nonostante si registri un incremento generale del consumo di video digitali – grazie soprattutto a piattaforme come YouTube, TikTok e Instagram – la maggior parte delle persone preferisce ancora informarsi leggendo un articolo.
In Italia, il 60% delle persone si informa soprattutto attraverso contenuti testuali, e appena il 18% preferisce i video.
Tra i motivi che spingono alla lettura ci sono la maggiore velocità di assimilazione delle informazioni (50%) e la sensazione di avere più controllo (34%). La cattiva esperienza utente dei video – legata in particolare alla pubblicità pre-roll – è un altro fattore che spinge le persone a scegliere i contenuti testuali (35%). Chi predilige il formato video lo fa perché lo considera un modo facile per informarsi (42%), coinvolgente (41%) e comodo (24%), soprattutto perché viene raggiunto da questi contenuti sui social, senza bisogno di uno sforzo aggiuntivo. Di quest’ultimo gruppo fanno parte soprattutto gli under 25.

Un vaccino contro la sfiducia. Dopo gli effetti positivi della pandemia, che ha contribuito a fare crescere la fiducia nei media e nel loro ruolo sociale, il trend si è invertito.
I livelli di fiducia sono scesi in 21 dei 46 stati analizzati, e cresciuti soltanto in 7 casi. A livello globale, meno di metà degli intervistati si fida dell’informazione (42%).
In Italia la fiducia è scesa del 5%, attestandosi al 35%, all’incirca lo stesso livello del 2015. Nel nostro paese, in particolare, solo pochissimi considerano le testate giornalistiche libere da influenze politiche (13%) o economiche (15%). La stessa sfiducia si registra in Spagna ed in Grecia (7%).
Le testate di cui ci si fida di più nel nostro paese sono sempre le stesse degli anni scorsi: ANSA, seguita da Il Sole 24 Ore (che scala una posizione) e da SkyTg24 (che ne perde una).
In quarta posizione il Corriere della Sera, che scalza il TG di La7, quinto.

All’ultimo posto c’è invece Fanpage, che prende la maglia nera indossata l’anno scorso da Libero.
In generale si osserva un miglior posizionamento delle testate stampa/web a discapito dei telegiornali, che perdono terreno un po’ ovunque.

Come siamo invecchiati in 10 anni. Il Digital News Report ci permette anche di osservare alcuni trend decennali: tra questi, come è cambiato l’uso dei principali media come fonti di informazione.
Il declino più grande è – nessuna sorpresa – quello della carta stampata (-32%), seguita dalla televisione (-24%).
Nel decennio ha tenuto invece piuttosto bene la radio (-12%), così come l’informazione online in generale (-2%), mentre sono cresciuti i social media (+15%).
Ma soprattutto bisogna notare come sia aumentata la quantità di persone che ha smesso di informarsi: +12% tra il 2013 e oggi.

I news creator su Youtube. A un certo punto, il Digital News Report si sofferma sulla concezione che le persone hanno di cosa sia un giornalista oggi.
A pagina 53, si legge, non vengono considerati giornalisti solo “quelli che lavorano nei media mainstream” ma anche, secondo gli intervistati, “youtuber, podcaster, comici, autori e influencer”.
Come sappiamo bene, la quantità di informazione prodotta dai creator di informazione (un insieme lasco in cui mettiamo giornalisti “tradizionali” e non) è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, anche grazie all’aumentare delle opzioni di monetizzazione su piattaforme social, newsletter e podcast.
Tuttavia, nonostante le storie di successo che ci arrivano – principalmente dagli Stati Uniti – sembrano essere ancora relativamente poche le persone che sostengono economicamente queste categorie.
Negli USA, su 100 utenti che già pagano per l’informazione online (parliamo quindi un pubblico già “maturo”), soltanto 7 hanno anche sostenuto almeno un singlenews creator nell’ultimo anno. Questo dato scende a 5 in Spagna, 2 in Francia, 1 in Germania.
Inoltre, con l’aumentare della subscription fatigue imposta dalle difficoltà economiche globali dovute alla guerra e altri fattori, non solo le persone tenderanno a ridurre gli investimenti nelle news, ma è plausibile che a venire maggiormente colpiti saranno proprio quelli che stanno cercando di “volare da soli”.

La registrazione ai siti. Un’altra tendenza che abbiamo visto imporsi nei giornali online in questi anni è la spinta alla registrazione gratuita per accedere ai contenuti.
I datawall sono un antidoto, secondo i giornali, alla prossima scomparsa dei cookie, che “costringerà” le testate a procacciarsi dati di prima parte per profilare i propri pubblici e soddisfare gli inserzionisti.
Tuttavia, i giornali online dovranno fare i conti con lo scetticismo delle persone: soltanto una su tre (32%) afferma di fidarsi del trattamento che gli editori farebbero dei loro dati e dei loro indirizzi email registrati.
I crucci sulla privacy sono sempre più diffusi, e non solo nei media: solo il 33% dice di fidarsi degli e-commerce e appena il 25% delle piattaforme social.
Ovviamente, la preoccupazione è minore in quei paesi dove la fiducia nei media è più alta, come avviene negli stati scandinavi (in Finlandia è al 49%).

Gli under 25. In conclusione, un breve focus sui “giovani”, termine che il Reuters Institute utilizza per indicare soprattutto i fruitori under 25.
Questi sono sicuramente più inclini a consumare informazione video (TikTok è utilizzata per le news dal 15% di questa audience) e accedono alle news soprattutto attraverso porte laterali come aggregatori e social. Il gap di comportamento rispetto ai più anziani si sta allargando.
I giovani sono anche la categoria che apprezza maggiormente i giornalisti che esprimono opinioni sui social (46% contro il 29% degli over 55).
Ancora una volta, dal report emerge come gli under 25 si sentano rappresentati in modo improprio dalla maggior parte dei media, e lamentano una copertura non soddisfacente e “ingiusta” sulle tematiche che li riguardano.

Credits: Ellissi e report completo a questo link:

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