Il trend del vegan food

Se il fast food non sfugge all’ondata di veganismo, è in atto un movimento molto più ampio: quello di un’offerta più responsabile dal punto di vista ambientale e sociale. Tra qualche anno il panorama del fast food potrebbe essere completamente ridisegnato

La rivoluzione di McDonald’s è iniziata negli USA nel 1940 ed è decollata gradualmente in Europa negli anni ’70, un fenomeno presto seguito da altri colossi del fast food.

Mentre ci sono segnali che i ristoranti a cui siamo abituati stanno gradualmente perdendo quote di mercato, l’industria del fast food continua a crescere. A riprova, si prevede che il mercato globale crescerà da 972,74 miliardi di dollari nel 2021 a 1.467,04 miliardi di dollari entro il 2028, con un CAGR del 6,05% in questo periodo. Hamburger, panini, pizza e pasta rappresentano da soli oltre la metà del mercato.

Ma nonostante la sua popolarità, il settore deve affrontare un problema di immagine quando si tratta di salute, sostenibilità e nutrizione. Negli ultimi anni, la consapevolezza ambientale e i cambiamenti culturali, come l’ascesa del veganismo e le questioni relative al benessere degli animali, hanno avuto un forte impatto sul mercato, stimolando parallelamente il segmento del fast food vegano. Secondo Verified Market Research, la dimensione del mercato dei fast food vegani è stata stimata a 17 miliardi di dollari nel 2020 e si prevede che raggiungerà i 40,25 miliardi di dollari entro il 2028 con un CAGR dell’11,40% in questo periodo. Una vera minaccia, ma anche un’opportunità, per gli attori esistenti.

Pertanto, molti marchi di fast food tradizionali stanno ribattezzando le proprie credenziali ecologiche con offerte vegane e processi più sostenibili.

Starbucks, ad esempio, ha aumentato il numero di latti vegetali nel suo menu e ha introdotto un panino con un’alternativa vegetale al pesce. La stessa dinamica può essere vista dal gigante della pizza Domino’s, che ha lanciato diverse varianti, come la “Basilica vegana” – che include formaggio grattugiato vegano – e la “Peppina vegana”.

Per quanto riguarda gli hamburger, citiamo la partnership tra Beyond Meat e McDonald’s che ha portato alla commercializzazione di un hamburger vegano, il “McPlant”. Ma il marchio ha appena confermato la fine di questo processo, durato tre anni… Vendite deludenti? Primi tentativi troppo modesti? Perché non basta aggiungere prodotti vegani, è necessario anche incarnare l’approccio.

Burger King ha fatto un ulteriore passo avanti ancorando la sua offerta vegana nel quadro di eventi ben pensati. Ad esempio, quest’anno la catena americana ha aperto a Londra un punto vendita interamente vegano. Lo scorso luglio, il marchio ha persino reso il suo tortino senza carne il menu predefinito per un giorno come parte di una campagna in Austria. Grazie alla sua partnership con Impossible Foods, la catena afferma che il 50% del suo menu sarà a base vegetale entro la fine del decennio. 

Degno di nota è anche l’arrivo di una nuova generazione di player vegani al 100% con forti posizioni sociali come fattori di differenziazione. Tra questi, la startup francese Furahaa, termine swahili che significa gioia e felicità. La sua particolarità? Il suo fondatore, Arthur Devillers, è non udente e quindi particolarmente consapevole di quanto sia difficile per le persone con questo tipo di disabilità trovare lavoro. Si è quindi posto la missione di sviluppare una rete di franchising con l’obiettivo di favorire l’assunzione di dipendenti con problemi di udito.

Negli Stati Uniti, l’attore e produttore Kevin Hart ha recentemente fatto scalpore con il lancio del suo primo fast food vegano a Los Angeles, Hart House. La startup ha già pianificato di costruire due nuovi ristoranti e ha affittato diverse altre sedi. Oltre a offrire hamburger vegani di qualità, il marchio afferma di offrire ai propri dipendenti buone condizioni di lavoro in un momento in cui la crisi occupazionale e la carenza di manodopera imperversano negli Stati Uniti. Qui, oltre a una paga oraria base compresa tra 19 e 22 dollari (rispetto a una media di 16 dollari a Los Angeles), i lavoratori godono di benefici sociali senza precedenti. Tra questi, una serie di sconti su prodotti e servizi pensati per ottimizzare la vita quotidiana.

Inoltre, i lavoratori possono anche aprire un conto di risparmio presso il Sunny Day Fund, al quale Hart House applica un tasso di interesse maggiorato per incoraggiare i dipendenti a risparmiare. Per ogni $200 depositati, Hart House paga altri $20.

In questo mercato in forte espansione, citiamo anche il franchising olandese Vegan Junk Food Bar — con forti valori HR — che è alla sua settima apertura in Europa. Le stesse dinamiche si riscontrano nell’azienda statunitense Nomoo, che promette stipendi superiori al salario minimo, o nell’azienda francese Velicious Burger, impegnata in progetti ambientali.

Se il fast food non sfugge all’ondata di veganismo, è in atto un movimento molto più ampio: quello di un’offerta più responsabile dal punto di vista ambientale e sociale. Tra qualche anno il panorama del fast food potrebbe essere completamente ridisegnato secondo valori chiave, come già avviene in alcuni supermercati, come Bubble o The Goods Mart, che consentono ai consumatori di scegliere i propri marchi e prodotti in base ai propri valori: sostenibilità, inclusione, parità, ecc.

 

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